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Relazione F. Martini Comitato Direttivo FILCAMS CGIL, 2/07/2012

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1. Come da tradizione, questa sessione del Direttivo che precede la pausa estiva, ha lo scopo di mettere a punto l’agenda politica della Filcams, con la quale svilupperemo l’iniziativa autunnale della categoria.

Anche se rischia di apparire un’affermazione abusata, crediamo sia il caso di ribadire che la situazione nella quale continueremo a trovarci nelle prossime settimane è di una gravità senza precedenti. La Filcams è chiamata e sarà chiamata a misurarsi con le conseguenze di una situazione economica e sociale che difficilmente riuscirà nel breve e medio termine a produrre qualche significativa inversione di tendenza.

Qui siamo di fronte ad una prima questione sulla quale è utile che questo direttivo possa confrontarsi: quale percezione ha il gruppo dirigente Filcams della situazione che stiamo vivendo? E’ sufficientemente presente la consapevolezza che siamo di fronte ad una situazione che difficilmente potrà essere affrontata riproponendo tradizionali ricette? Che dalla contrattazione, all’azione di tutela delle lavoratrici e dei lavoratori nella crisi; dalla difesa dell’occupazione a nuove politiche di sviluppo del settore, la stessa nostra elaborazione congressuale rischia di non essere più sufficiente a interpretare le sfide dei prossimi mesi?

Che la situazione generale sia giunta ad un passo dal dramma lo dicono le vicende della politica europea, che hanno preceduto il vertice di Bruxelles.
Siamo arrivati ad un passo dal collasso dell’Euro e noi tutti sappiamo che, al di là delle ragioni che hanno determinato questa situazione, le politiche monetaristiche, speculative, il prevalere di un asse liberista, tale prospettiva sarebbe stato un vero disastro per i Paesi e per gli interessi che noi rappresentiamo, in particolare la parte più debole della società.

Per questo non possiamo che esprimere un giudizio positivo sul risultato del vertice, che ha dimostrato, tra l’altro, un nuovo protagonismo del nostro Paese, dopo anni di marginalità alla quale ci aveva relegato il Governo Berlusconi.
Naturalmente, quel risultato è frutto di un processo evolutivo che sta investendo gli equilibri politici dei principali paesi europei e la vittoria di Hollande in Francia è servita innanzitutto ai Francesi per capire che il ruolo di portavoce della Merkel, al quale era relegato il Presidente Sarkozy, danneggiava innanzitutto gli interessi di quel Paese, interessi che meglio sarebbero stati rappresentati in un nuovo contesto di relazioni solidali con Spagna e Italia.
Bene, dunque, che la deriva sia stata frenata, con l’accordo raggiunto, che vede la Cancelliera tedesca costretta a modificare in parte le posizioni sostenute fino a poche ore prima della conclusione.

Ma quell’intesa è importante perché ha impedito il tracollo. Da sola non contiene le soluzioni ai problemi che il nostro Paese, insieme a gran parte di quelli europei, continua ad avere, ossia, una nuova prospettiva di crescita e di sviluppo dell’economia.
E’ un primo passo importante, ma non è sufficiente. Tra l’altro, i tre Paesi che hanno costretto la Merkel a indietreggiare, sono politicamente diversi fra loro, uno a guida socialista, l’altro di destra ed uno tecnico, ma di ispirazione palesemente liberista, sostenuto da una maggioranza parlamentare ancora di centro destra.

Per questo è di grande importanza che il sindacato e la Cgil, subito dopo l’intesa raggiunta a Bruxelles, ribadiscano le posizioni che sono state al centro della manifestazione unitaria del 16 giugno, ponendo con forza il tema della reperibilità delle risorse per lo sviluppo e l’occupazione.

Naturalmente, noi siamo a questo punto della vicenda, con un bilancio decisamente negativo dell’opera del Governo Monti, soprattutto per quanto riguarda le conseguenze sul settore terziario, che nel corso di queste settimane abbiamo costantemente evidenziato nel dibattito e nell’iniziativa della Cgil:

    -La riforma delle pensioni: in particolare per le conseguenze che avrà sulla vasta platea delle lavoratrici del settore. Agli effetti scontati che le tipologie contrattuali iper-flessibili avranno in un sistema previdenziale di natura contributiva (scarsa presenza di full-time), bisogna aggiungere anche le conseguenze di una condizione salariale, che, come denunciato dalla ricerca da noi presentata la scorsa settimana, vede le donne penalizzate rispetto agli uomini fino a -37% rispetto la media.

    -Le liberalizzazioni: sia per quanto riguarda la materia delle aperture, domenicali e festive, con relative conseguenze sulla condizione degli addetti; sia in ordine alle nuove aperture di esercizi commerciali di grande superficie, che riproporrebbe un modello distributivo ancora incentrato sulla grande distribuzione.

    -Il ddl sul MdL (diventata legge): che ha lasciato irrisolti, in alcuni casi peggiorandoli, addirittura, i due grossi problemi che la riforma avrebbe dovuto risolvere, la riduzione della precarietà, attraverso la riduzione del vasto numero delle tipologie contrattuali e l’estensione degli ammortizzatori sociali, esigenza assolutamente vitale avendo di fronte a noi una prospettiva di crisi come minimo ancora biennale.

    -La Spending review: le cui conseguenze sul terziario potranno determinare una riduzione marginale del settore dei servizi in appalto.

Per queste ragioni, la nostra azione dovrà agire su due piani: rivendicare misure per lo sviluppo e continuare a rivendicare la modifica dei provvedimenti che danneggiano il settore. In questo senso intendiamo che alcune partite non possono essere da noi considerate chiuse (quelle dette in precedenza) e, di conseguenza, immaginare uno sviluppo dell’iniziativa sindacale, dopo la manifestazione unitaria del 16 giugno e come discusso e deciso all’ultimo Direttivo Nazionale della Cgil.


2. Tornato da Bruxelles, il Governo è adesso impegnato a reperire nuove risorse.
Dopo la ferma denuncia di Confcommercio, che nell’assemblea annuale della scorsa settimana aveva definito una Caporetto l’idea di aumentare di 2 punti l’IVA, il Governo ha scelto la via della spending review come alternativa a tale prospettiva.

Ma per come appare dalle prime notizie, possiamo dire che la spending review del Governo –che in teoria dovrebbe essere un processo di riallocazione delle risorse nel senso di una maggiore produttività- corrisponde ad un progetto di riforma dello Stato e della Pubblica Amministrazione?
Dalle intenzioni dichiarate ad oggi essa si configura più come una tradizionale pratica di tagli alla Tremonti, piuttosto che una operazione di qualificazione. In una proiezione triennale, l’obiettivo del Governo è realizzare tagli per oltre 20 miliardi di euro e, come sempre, il settore messo per primo sotto tiro è quello della sanità. Dopodiché, l’intero comparto della Pubblica Amministrazione è sottoposto a tagli, che riguarderanno in particolar modo una riduzione dei pubblici dipendenti.

La riduzione del lavoro pubblico, in questa ottica, corrisponde alla riduzione della funzione sociale dello Stato. Particolarmente simbolica appare la riorganizzazione/riduzione delle Prefetture, notoriamente il primo presidio statale nel territorio, quasi ad indicare la scelta dello Stato di ritirarsi dal territorio…
Le polemiche strumentali delle scorse settimane, sulla parificazione tra lavoro pubblico e lavoro privato in materia di licenziamenti non ha fatto altro che rappresentare il cavallo di Troia attraverso il quale veicolare questa idea di riduzione dello Stato Sociale. Un’idea decisamente liberista, tanto più in tempi di grave crisi come quelli che stiamo vivendo, lasciando le persone sempre più sole a fronteggiarla.

Se si riduce la funzione pubblica dello Stato, soprattutto per garantire i necessari processi di coesione sociale, le tutele individuali ed i sistemi di protezione sociale saranno sempre più dipendenti dai redditi individuali, che in tempi di crisi, in tempi di licenziamenti e cassa integrazione, non faranno altro che allargare la fascia delle persone esposte a gravi rischi di emarginazione.
Al tempo stesso, non si può che denunciare con forza l’incoerenza governativa, che attacca il lavoro pubblico –da un lato- e prevede –dall’altro- il pensionamento dei dirigenti pubblici con le vecchie norme pre-Fornero, mentre resta ancora insoluto il dramma degli esodati!

Per questo la Filcams non può che essere a fianco della Funzione Pubblica nella battaglia che va prefigurandosi. Con la stessa coerenza confederale, vorremmo che la stessa Funzione Pubblica assumesse come propria anche la battaglia che la Filcams dovrà sviluppare per gestire le conseguenze sui settori in appalto.
Non mi è dubbio che la spending review favorirà processi di ri-internalizzazione di funzioni che in questi anni erano state esternalizzate ed avevano alimentato il mercato dei servizi in appalto. Possiamo anche discutere ed in parte condividere i processi di riorganizzazione della pubblica amministrazione che in alcuni casi possano prevedere il superamento delle esternalizzazioni. Il problema è capire che fine fanno quei lavoratori in appalto e se quel problema è un problema di tutti, oppure ognuno pensa per sé. Ed in questo caso non vi è dubbio che a perdere saranno i settori più deboli, ovviamente quelli che noi rappresentiamo.
Per queste ragioni chiediamo alla Cgil di “governare” l’iniziativa sulle conseguenze che nei settori in appalto verranno a determinarsi con le scelte che nei prossimi giorni il Governo concretizzerà.

Resta il fatto che la spending review è l’alternativa del Governo ai 2 punti di incremento sull’Iva. Ma è anche vero che il Governo continua a rifiutarsi di mettere in campo una manovra che intervenga concretamente sulle grandi ricchezze ed i grandi patrimoni; ed al tempo stesso faccia una operazione di politica fiscale che aggredisca con forza l’enorme fenomeno dell’evasione fiscale.
E’ davanti agli occhi di tutti la dimensione delle risorse che potrebbero essere reperite attraverso queste due leve. Ed è per queste ragioni che la ripresa autunnale dovrà dare continuità a questa importante rivendicazione del sindacato.


3. L’autunno ci consegnerà l’inizio della nuova stagione contrattuale. Per quanto ci riguarda, partiremo col primo Ccnl che andrà in scadenza, il turismo, sul quale, nei prossimi due giorni si terranno alcune prime riunioni di impostazione della discussione.
Quello che è utile affrontare in questo Direttivo sono alcune riflessioni di ordine generale, alcune coordinate entro le quali la nuova stagione contrattuale si andrà sviluppando.

Il Contesto della crisi. Forse mai quanto in questa circostanza, lo spessore della crisi farà la differenza con le altre esperienze. La nuova stagione contrattuale andrà a coincidere con un triennio che tutti gli osservatori considerano ancora anni di grave difficoltà per il sistema economico e produttivo del Paese. 2013 e 2014 saranno sicuramente anni che risentiranno ancora degli effetti della grave recessione che stiamo attraversando e il futuro ancora non è chiaro, dopo il periodo considerato.

Per la prima volta i Ccnl incroceranno il tema del lavoro, della difesa dell’occupazione e dovranno farlo in un contesto di assenza o insufficienza dei necessari ammortizzatori sociali.
In questo senso, dovremo con ogni probabilità riconsiderare il concetto di contrattazione acquisitiva, chiedendoci se in un contesto critico come quello che stiamo vivendo la difesa dei diritti esistenti e dell’occupazione non possa e non debba essere considerato un risultato importante, quasi una conquista (se si pensa a come, in altre situazione dell’Europa, i diritti e l’occupazione abbiano rappresentato un alto prezzo pagato alla crisi).

In pratica, potremmo dire che uscire da questa tornata contrattuale “portando a casa” la sostanza del sistema normativo che regola i diritti conquistati in questi anni, di per sé sarebbe un ottimo risultato, dato che le ricette adottate dalle imprese tendono a metterne in discussione la loro sostanza.

La nuova stagione contrattuale dovrà ricollocarsi nel contesto delle divisioni sindacali di questi anni.
In particolare, l’accordo separato sul modello contrattuale del 22 gennaio 2009 e, per quanto ci riguarda, il contratto separato del Tds. Ultimo riferimento, per fortuna positivo, l’accordo unitario del 28 giugno 2011, che ha prodotto, tuttavia, al nostro interno una qualche divisione.

Guardando la situazione in cui versa il Paese oggi, sembra che da quelle date ci separi un abisso temporale, sembra di vivere, oggi, in un mondo abbastanza diverso da quello nel quale quelle esperienze sono state generate.
Questo deve indurci ad assumere responsabilmente un atteggiamento molto realista, che escluda gli opposti estremismi, da un lato, la tacita accettazione di ciò che è stato, quindi, un surrettizio adeguamento a quanto ieri fu da noi contestato; ma –dall’altro- evitare una imbalsamazione della Cgil su posizioni di principio, totalmente decontestualizzate sul piano storico. Se è giusto dire che non possiamo accettare acriticamente oggi quello che abbiamo respinto ieri, altrettanto giusto è evitare di fare la fine del giapponese nella boscaglia, che non si era reso conto che da tempo il mondo, fuori dalla giungla, non era più quello che lui aveva visto.

Ciò va detto non tanto per vivere l’assillo delle piattaforme unitarie, quanto per misurarsi con la realtà che stiamo vivendo, una realtà che impone, tra l’altro, di risintonizzare giudizi e valutazioni da noi espressi in precedenza, con quanto è stato prodotto in questi mesi dal Governo Monti, in particolare, in materia di mercato del lavoro.

Alcuni esempi per capire.

Sappiamo qual è la posizione espressa dalla Cgil sull’IPCA, una posizione che riferiva la difesa del potere d’acquisto alle dinamiche economiche della fine 2008. In teoria noi non abbiamo motivi per modificare tale posizione. Nella pratica, noi sappiamo che stiamo incontrando serie difficoltà a chiudere tavoli negoziali addirittura sotto l’Ipca. La ragione è fin troppo evidente ed ha un nome chiaro, la recessione nella quale è precipitato il nostro sistema economico e produttivo.
E’ del tutto evidente che le nostre richieste economiche dovranno trovare il giusto punto di equilibrio tra una legittima sofferenza delle lavoratrici e dei lavoratori, i cui salari e stipendi hanno goduto di una scarsa dinamica incrementale in questi anni e la realtà tragica in cui versa gran parte del sistema delle imprese.

Anche il tema del collegato sul lavoro e relativo art.8, per niente abrogato con l’accordo del 28 giugno 2011, dovrà essere risintonizzato con la riforma del mercato del lavoro da poco approvata dal Parlamento.
Forse, la Cgil dovrà riconsiderare la propria posizione su temi delicati, come, ad esempio, quello della certificazione, non per condividere una concezione del mercato del lavoro che istiga la precarietà, quanto per non lasciare ad altri il campo, sapendo che ciò favorirebbe il prevalere di una idea di flessibilità da noi per niente condivisa. Intendo dire che la battaglia va fatta sempre e dappertutto.

Ma vale per un’altra questione delicata, come quella della bilateralità, sulla quale l’ambiguità che la Cgil si trascina da anni non è più compatibile con l’evoluzione del quadro normativo e contrattuale, quando sarebbe molto più forte che la Cgil elaborasse una propria proposta di ruolo e funzione degli enti bilaterali, sulla quale fare una battaglia di avanguardia.

La stessa questione delle deroghe, sulla quale la nostra posizione è fin troppo chiara, non può non essere ricontestualizzata nella fase in cui è l’intero impianto della contrattazione di II livello che rischia di saltare, con la scelta delle aziende di disdettare i contratti aziendali.

Lo stesso esercizio critico dobbiamo farlo sulle questioni che hanno determinato la rottura sul Ccnl TDS.
Vi sono punti sui quali la nostra posizione di allora deve necessariamente fare i conti con l’evoluzione, spesso negativa, della situazione.

L’esempio più vistoso è quello del lavoro domenicale, completamente travolta dalle liberalizzazioni imposte dal Governo, che rende difficilmente praticabile una battaglia per sola via contrattuale, senza il supporto di una azione più corale del sindacato, che cerchi di riconquistare margini di autonomia delle istituzioni locali, ai quali ancorare le soluzioni negoziali.

Sulle deroghe e la contrattazione di II livello abbiamo già detto.

Sulla carenza malattia, invece, non abbiamo motivi di cambiare la nostra posizione. Mentre, sul tema della sanità integrativa, la nostra contrarietà al prelievo di 2 euro a carico dei dipendenti, sarà chiamata a misurarsi con la situazione complessiva dei fondi, il cui equilibrio finanziario andrà costantemente ricercato in relazione al costante incremento di adesioni e di richiesta di prestazioni.

Questo sforzo di maggiore approfondimento delle nostre consolidate posizioni, ai fini di una loro ricontestualizzazione nella fase che stiamo vivendo, deve fare i conti anche con i processi che stanno investendo la rappresentanza datoriale.

Del divorzio di Federdistribuzione da Confcommercio già sappiamo, ed ancora non sappiamo se questo processo di separazione potrà invertire la sua tendenza entro la scadenza del contratto, oppure no.
Dai primi contatti avuti con i loro rappresentanti, abbiamo capito che Federdistribuzione si muove già con l’idea di un modello contrattuale abbastanza diverso da quello di Confcommercio, un contenitore nazionale ed una contrattazione di secondo livello tutta aziendale.
In apparenza, potrebbe apparire una conferma del modello prevalente a livello delle grandi imprese, non solo del terziario. Ma al di là della modellistica contrattuale, i contenuti che ispirano Federdistribuzione sembrano delinearsi con chiarezza, vertendo sulla centralità dell’impresa e la ricerca della massima flessibilità e contenimento dei costi. Un modello che non intende rimanere imbrigliato nel consociativismo sindacale, tant’è che la stessa idea di bilateralità e welfare contrattuale, che in caso di conferma del divorzio non potrebbe che venire sdoppiato, assume la dimensione aziendale quale spazio di interesse prevalente.
Ad esempio, in materia di sanità integrativa, Federdistribuzione ritiene che il Fondo Est non debba essere la destinazione obbligata per i lavoratori, ma possano essere prese in considerazione soluzioni diverse, quali, ad esempio, fondi assicurativi.

Anche il mondo della cooperazione sta vivendo processi che sembrano allontanare la cooperazione dalla sua natura originaria. La distintività coop sembra lentamente svanire nella rincorsa verso la GDO, cosa che potrebbe essere compresa in una fase di agguerrita competizione, che vede i costi del contratto Coop più alti di quello Confcommercio. Ma la recrudescenza che stanno vivendo le relazioni sindacali ha qualcosa di inquietante. Non bastava che in Emilia Romagna le Cooperative di Consumo si escludessero dall’accordo fatto dai sindacati con la Lega sulla trattenuta delle 2 ore pro-terremotati. In Sicilia, addirittura, la nuova azienda cooperativa nata su iniziativa di due cooperative emiliano-romagnole si rifiuta di assumere un lavoratore che, nel corso della vertenza era salito sul tetto del negozio, per manifestare il proprio disagio.

Per queste ragioni la Filcams nazionale ha messo in agenda due lavori impegnativi, il primo sulla Grande Distribuzione Organizzata, presentato proprio in questi giorni alle strutture; l’altro, che partirà a settembre, proprio sul futuro della cooperazione, dando seguito all’iniziativa del 2009.

Infine, sempre sul fronte datoriale, il morso della crisi ha portato Fipe e Angem, nel settore degli appalti, ad un primo tentativo di assalto alle regole fissate nel protocollo che prevede il rispetto della clausola sociale.
Da un lato, la spending review che rischia di rendere marginale il settore dei servizi in appalto; dall’altro, il tentativo di sopravvivenza che le aziende ricercheranno, caricando sul costo del lavoro la ricerca di una possibile marginalità.

A questo scenario si interpone quello dei rapporti sindacali, con alle spalle una lunga stagione di divisioni, già richiamata.
Stante le difficoltà della situazione, il panorama delle posizioni imprenditoriali e le politiche del Governo non a noi favorevoli, è importante condividere l’opportunità del mantenimento di rapporti unitari. Del resto, proprio il tirare molto la corda da parte di molte imprese (basti pensare alle minacce di disdetta) ha finito per creare qualche reazione inevitabile anche da parte di Fisascat e Uiltucs, che ci erano parsi nel corso di questi anni più disponibili a mediare sulle esigenze datoriali.

Naturalmente, senza elementi di novità sul piano generale, senza un consolidamento dei rapporti tra Cgil-Cisl e Uil, gli stessi rapporti con Fisascat e Uiltucs rischiano di non avviare una reale inversione di tendenza.
Noi, tuttavia, dobbiamo insistere e offrire un percorso di gestione unitaria della stagione contrattuale.

Per fare questo, occorre che la Filcams assuma una iniziativa e avanzi una proposta a Fisascat e Uiltucs di gestione dei percorsi democratici, sulla scia di quanto contenuto nell’accordo del 28 giugno 2011.


Nel contesto della nuova stagione contrattuale (ma potremmo anche dire “a prescindere”) occorre che la Filcams promuova una iniziativa nazionale sulla bilateralità, per mettere in campo un progetto nuovo per il terziario. Un progetto sulla bilateralità, che rifletta le caratteristiche del mercato del lavoro terziario, che ridefinisca e implementi alcune funzioni che possano contribuire a fare da collante in un Mdl profondamente destrutturato; che guardi con coraggio a possibili evoluzioni nell’ambito delle funzioni integrative, tanto dell’assistenza, quanto nelle politiche attive del lavoro (che non si traducono necessariamente nella “gestione” del mercato del lavoro, ma nelle possibili funzioni di sostegno all’incontro tra domanda e offerta di lavoro, attraverso la leva della formazione).

E mentre cominciamo a pensare alla nuova stagione contrattuale, occorre non dimenticare che ci sono categorie che non riescono ancora a chiudere le passate stagioni contrattuali.
Fra tutte, la vigilanza privata, sul cui tavolo negoziale ancora non pervengono novità significative, ciò che ha portato alcune strutture, il Piemonte innanzitutto, ad attivarsi per le cause sull’Indennità di Vacanza Contrattuale. In questa situazione, tutto ciò che può essere utile a pungolare la controparte deve essere messo in campo.


4. In autunno, mentre prenderà il via la nuova stagione contrattuale, la Filcams dovrà corredarla di importanti iniziative generali, che facciano da sponda alle problematiche che i contratti incroceranno.

Tra queste, occorre segnalare:
    -il tema delle liberalizzazioni, anch’essa partita che non possiamo considerare chiusa. Certo, non sarà forse possibile riportare le lancette molto indietro, ma l’obiettivo di riconquistare l’autonomia di Regioni e Comuni deve rimanere al centro della nostra iniziativa. Dopo gli incontri avuti con Anci e Conferenza delle Regioni, dobbiamo insistere anche nel rapporto con le forze politiche, per sostenere, anche attraverso proposte di legge, modifiche che vadano in quel senso.
    -Il tema del Mezzogiorno, perché dentro la più grande crisi dal dopoguerra, c’è una Italia che rischia di essere tramortita, ed è il Sud, soprattutto nel nostro settore, con la GDO che sta operando una vera e propria fuga dal Mezzogiorno e con la criminalità organizzata che rischia di rappresentare l’unica opportunità di sopravvivenza del settore distributivo (per non parlare degli appalti e dello stesso turismo). Abbiamo già avviato un lavoro con le strutture meridionali, ma ciò che dobbiamo offrire alle strutture del Sud è una proposta di impegno dell’intera categoria ed il gruppo dirigente Filcams deve essere coerente in questo.


5. Con l’autunno dovremo procedere ad una verifica impegnativa sui processi organizzativi che vedono impegnata la categoria.
L’intenzione della Segreteria Nazionale è di mettere in agenda la Conferenza di Organizzazione, compatibilmente con le scelte che la Confederazione farà.

In ogni caso, quello che ci serve è riflettere sui processi di ri-insediamento della categoria. La Cgil, per fare un esempio, ha svolto in questi giorni due importanti iniziative, l’Assemblea Nazionale delle donne e la Terza Conferenza Nazionale sull’immigrazione, due terreni che devono vedere protagonista la nostra categoria.

Ma si impongono verifiche anche sulle politiche delle risorse, perché la crisi è vissuta anche dalle strutture sottoforma di penuria crescente di risorse disponibili agli investimenti politici ed organizzativi.
Occorre una rilettura della nostra architettura organizzativa, strutture, gruppi dirigenti, per liberare tutte le risorse possibili verso il sostegno degli obiettivi di crescita politica ed organizzativa.